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Val di Susa: la politica ha smesso di farsi la domanda più importante

Centoventisei feriti tra le forze dell’ordine, un milione di euro di danni stimati da TELT sul solo cantiere di Chiomonte. Sono i numeri che ogni estate accompagnano gli scontri in Val di Susa e che, puntualmente, diventano anche gli unici numeri di cui si discute. Il Governo parla di ordine pubblico e “tolleranza zero”, il PD e il M5S condannano la violenza, AVS prova a portare il tema dentro una discussione più ampia, mentre i telegiornali aprono con le immagini delle bombe carta e dei lacrimogeni. Nel giro di pochi giorni il dibattito si chiude senza mai entrare nel merito del tema. È una strategia che ha un effetto preciso, ovvero quello di trasformare un conflitto politico in una questione esclusivamente di sicurezza, facendo sparire dal dibattito tutto il resto.

Si sente dire che lo Stato non abbia mai cercato il dialogo con la Val di Susa, ma non è del tutto vero. Dopo gli scontri di Venaus del 2005 venne istituito nel 2006 l’Osservatorio Torino-Lione che nel corso degli anni ha organizzato oltre duecento sedute, centinaia di audizioni tecniche e l’analisi di diverse alternative progettuali, fino ad arrivare al cosiddetto progetto “low cost”.

Sulla carta è difficile immaginare un processo partecipativo più strutturato di questo. Il problema, però, è che quel tavolo discuteva come realizzare la TAV, non se realizzarla. Quando il presupposto fondamentale non è negoziabile, il confronto inevitabilmente si trasforma in un processo di legittimazione per cui chi accetta le condizioni al contorno viene riconosciuto come interlocutore, chi le mette in discussione finisce fuori dal tavolo e, con il tempo, anche fuori dal dibattito politico (si rimanda a La politica uccide solo d’estate: prontuario delle tecniche per contrastare il dissenso).

È proprio qui che probabilmente la politica ha smesso di comprendere la natura del conflitto in Val di Susa. Chi entrava all’Osservatorio entrava già avendo accettato la premessa, chi la rifiutava, ovvero buona parte del movimento No TAV, restava fuori e da lì in avanti sarebbe stato trattato come ordine pubblico da gestire. È uno schema comune in qualunque contesto politico e che permette di sostenere che “il dialogo è stato tentato”. Chi mette in discussione le condizioni al contorno viene istituzionalmente relegato ai margini, fino a essere raccontato solo ed esclusivamente attraverso la piazza e gli scontri. Il progetto “low cost” elaborato dal tavolo incarna perfettamente questa dinamica.

La narrazione prevalente lascia intendere che la Torino-Lione sia ormai un’opera avviata e verso il completamento, rallentata soprattutto dalle contestazioni. Anche in questo caso i numeri raccontano una storia diversa.

A luglio 2026 risultano scavati circa 21 dei 115 chilometri complessivi del tunnel di base, cioè meno del 20% dell’opera. La talpa entrata in funzione nel settembre 2025 sul versante francese avrebbe dovuto avanzare tra i dieci e i quindici metri al giorno, dopo dieci mesi procede invece a una media di 80 centimetri al giorno. Sul versante italiano la talpa destinata a Chiomonte non è ancora arrivata e teoricamente inizierà a scavare soltanto nel 2027.

Il tunnel di base dovrebbe essere completato entro il 2033, ma la Francia ha già rinviato l’avvio dei lavori sulle proprie linee di accesso al 2038, con una conclusione prevista non prima del 2045. In altre parole, anche qualora il tunnel fosse completato nei tempi annunciati, ancora per una generazione i treni continuerebbero a utilizzare le vecchie linee francesi.

È difficile immaginare una questione più politica di questa.

La montagna non legge i cronoprogrammi

Chi considera i ritardi della TAV come un’anomalia imprevedibile, dovrebbe guardare al Terzo Valico, un’altra grande infrastruttura ferroviaria ormai dimenticata dal dibattito pubblico che ha vissuto problemi molto simili. Prima l’amianto, poi il grisù (un gas combustibile inodore e incolore), infine le pressioni della montagna che hanno bloccato due frese.

Il punto non è sostenere che i ritardi siano inevitabili o che la TAV sia (evidentemente) destinata a non essere completata, è molto più semplice di così. La geologia non rispetta i cronoprogrammi, non basta fissare una data per rendere il progetto credibile.

Tutto questo dibattito, però, scompare ogni volta che si arriva agli scontri.

Sia chiaro, ognuno è responsabile delle proprie azioni e chi lancia bombe contro le forze dell’ordine commette fatti gravissimi e deve risponderne davanti alla giustizia. Ma fermarsi a questa semplice constatazione significa accettare che il dibattito si fermi sempre allo stesso punto, senza interrogarsi sul perché un conflitto territoriale duri da trent’anni.

Allora sorge spontaneo chiedersi come sia possibile che ogni estate si ripeta la stessa dinamica.

Gli agenti schierati in valle non sono coloro che organizzano la strategia, ma persone chiamate a eseguire ordini. Proprio per questo non ci si può fermare a ciò che accade durante gli scontri, ma bisogna mettere in discussione chi quelle strategie le definisce e le coordina.

Se anno dopo anno il risultato è il medesimo nonostante i nuovi (ed evidentemente inefficaci) decreti sicurezza, è legittimo chiedersi se il problema sia soltanto nella gestione dell’ordine pubblico o se risieda nelle scelte politiche e organizzative che la governano.

Quali valutazioni vengono fatte prima della manifestazione?
Perché determinate dinamiche si ripetono ogni anno senza che cambi mai l’approccio?

Interrogarsi su questo non significa giustificare chi usa la violenza, ma rifiutare l’idea che ogni anno la storia possa essere raccontata sempre nello stesso modo senza mai discutere delle responsabilità politiche di chi governa e senza riuscire a interrogarsi davvero sulle ragioni per cui una parte del movimento considera ormai esauriti (e forse inutili) gli strumenti istituzionali che permettono la mediazione politica.

Se dopo trent’anni lo Stato continua a ottenere gli stessi risultati, siamo sicuri che il problema sia soltanto chi protesta? Oppure è arrivato il momento di ammettere che una strategia capace di produrre sempre lo stesso esito non sta più gestendo un conflitto, ma semplicemente imparando a conviverci?

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