INTERRUPT

Svendere la città per un evento

Ogni anno Torino si ferma tre giorni per un festival.
O almeno così ci raccontano.

La logica è sempre la stessa: capannoni industriali, DJ internazionali, folle di persone che arrivano da mezzo mondo, comunicati stampa che celebrano l’indotto economico e così via.
Per qualche giorno Torino viene presentata come la capitale europea della musica elettronica.

Poi il festival finisce.

E rimane una domanda: questa festa, esattamente, per chi è?

Perché il Kappa si svolge a Torino, ma sembra rivolgersi a chiunque tranne che ai torinesi.
Biglietti da centinaia di euro, comunicazione quasi interamente in inglese, pubblico internazionale e poco spazio agli artisti della scena locale.

Torino fornisce lo scenario. Le fabbriche, il metallo, il cemento, la memoria industriale della città diventano elementi di marketing. La comunità che quell’immaginario lo ha costruito e abitato, invece, rimane fuori.

Per realizzare il festival non si costruisce uno spazio, si preferisce chiudere uno spazio pubblico, e non uno qualunque, ma uno dei luoghi più vissuti della città. Uno dei pochi spazi urbani pubblici che permettono attività sportive, iniziative popolari associazionistiche, skate, fotografia, rap, graffiti, musica, incontri tra comunità totalmente diverse. Uno dei rari posti dove Torino sembra ancora appartenere a chi la vive invece che a chi la amministra.

Per mesi, però, quell’area viene progressivamente sottratta alla città.
Arrivano le transenne, gli allestimenti, i divieti…
La logica è semplice, trasformare uno spazio pubblico in una location perfettamente instagrammabile proprio grazie a chi per il resto dell’anno abita quel luogo.

Non è solamente una percezione. Il Comitato Dora Spina Tre documenta da anni questo fenomeno. Nel 2019, a fronte di 12.000 metri quadrati autorizzati per i palchi, l’area complessivamente recintata raggiunse circa 150.000 metri quadrati. Nel 2024 il comitato segnalava che alcune porzioni del parco sono rimaste chiuse per undici mesi consecutivi, riaperte appena in tempo per essere nuovamente occupate dall’edizione successiva. Per gran parte dell’anno, quindi, Parco Dora smette di essere un bene realmente accessibile alla città.

Fin qui, si potrebbe discutere sostenendo che l’impatto economico giustifichi il disagio temporaneo. Sarebbe una posizione legittima, purché si ammetta che si sta privatizzando e mercificando un bene collettivo. Richiamando l’articolo 41 della Costituzione:
L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

Ma la città racconta un’altra storia.

Durante tutto l’anno, quando si sente parlare di questo parco, il copione è lo stesso: residenti esasperati che dichiarano di non riuscire più a vivere così, articoli sul degrado, richieste di maggiori controlli e sicurezza e la narrazione del degrado è pronta.
Le casse dei sudamericani, i ragazzi che ballano al parco, gli skater, le battle rap di freestyle.
Insomma, le aggregazioni spontanee.

Poi arriva il Kappa e improvvisamente cambia tutto.
Le stesse persone che descrivono una cassa bluetooth come una minaccia all’ordine pubblico, diventano straordinariamente tolleranti verso un evento che occupa il parco per settimane e produce livelli di pressione sonora infinitamente superiori.
Il Comune ha persino autorizzato deroghe ai limiti acustici, elevando il limite consentito da 70 a 74 decibel. Può sembrare una differenza minima, ma la scala dei decibel è logaritmica, questo significa oltre il doppio della potenza sonora. E nel 2019 l’organizzazione fu comunque sanzionata da ARPA Piemonte per aver superato anche quei limiti.

Il rumore improvvisamente non è più degrado, ma diviene cultura.
L’occupazione dello spazio pubblico non è più un problema, ma diventa rigenerazione urbana.
La folla, decisamente superiore rispetto al resto dell’anno e in aumento edizione dopo edizione, non è più un rischio per l’ordine pubblico, ma attrattività internazionale.

Se a occupare il parco sono dei ragazzi con una cassa, si parla di emergenza.
Se a occuparlo è un’organizzazione privata che vende biglietti a centinaia di euro è cultura.

La stessa dinamica, significati opposti a seconda di chi la compie e di quanti soldi genera.
È qui che tutta la retorica sul decoro smette di funzionare, Perché, se il problema fosse davvero il rumore, il Kappa sarebbe il primo problema della città. Se fosse l’occupazione dello spazio pubblico, settimane di transenne sarebbero considerate inaccettabili. Se fosse la convivenza, decine di migliaia di persone concentrate nello stesso luogo verrebbero raccontate come un’emergenza.

Il decoro, allora, non descrive tanto un comportamento quanto un criterio di selezione, è il nome che la politica usa per stabilire chi può occupare uno spazio pubblico e chi no.

Nel 2019 la tassa di occupazione di suolo pubblico versata dagli organizzatori per quella che la delibera comunale stessa definiva una “straordinaria location” è stata di 23.000 euro, a fronte di introiti stimati nell’ordine di alcuni milioni (biglietti, sponsorizzazioni, consumazioni, accordi con le strutture ricettive). A questo si aggiungono i costi pubblici di Polizia Municipale, Vigili del Fuoco, medici del pronto soccorso, sostenuti dalla collettività per coprire un evento privato. Qui ci si potrebbe chiedere se il compito di un’amministrazione pubblica sia quello di sponsorizzare, di fatto, la vendita dei biglietti di un evento commerciale.

Per questo bisogna essere chiari su una cosa: Torino ha circa duecentomila giovani e questo la rende una delle città universitarie più dense d’Italia.
Ha una storia operaia che ne ha modellato l’identità, una tradizione di spazi sociali, una cultura musicale e underground che va avanti da generazioni e generazioni.
Ha tutto ciò che servirebbe per costruire una politica urbana che metta al centro le persone che la vivono e invece l’amministrazione, che ama definirsi progressista, sceglie ogni anno di misurare il successo culturale della città in termini di biglietti venduti, presenze internazionali e ritorni economici stimati.

Non commettiamo l’errore di pensare che questa sia una questione tecnica, è l’esempio perfetto di una scelta politica.
Perché ogni comunicato che celebra l’indotto economico è una scelta di non parlare di chi quegli spazi li utilizza ogni giorno.
Ogni investimento in visibilità internazionale è una scelta su quali forme di socialità meritino sostegno e quali possano essere lasciate ad arrangiarsi.

Questa critica non arriva soltanto da chi guarda il parco come spazio di socialità informale e cultura underground. Arriva, da posizioni per certi versi opposte, a partire dagli stessi residenti che, nella narrazione del decoro, vengono spesso evocati come la voce dell’ordine contro il disagio giovanile. Eppure le loro lettere denunciano la stessa cosa: uno spazio pubblico pensato per la quotidianità – camminare, correre, sedersi a leggere, far giocare i bambini – che viene sistematicamente sottratto per essere messo a reddito, edizione dopo edizione, fino a includere anche altre manifestazioni come Terra Madre o “Natale in Giostra”, dando vita a un calendario di occupazioni quasi ininterrotte per il Parco Dora.

Una politica urbana realmente progressista partirebbe da un’altra domanda, che non è “come rendiamo Torino più attrattiva per chi arriva da fuori?”, ma “come rendiamo Torino più vivibile per chi è già qui?”.

Sono domande diverse che portano evidentemente in direzioni diverse e la scelta di quale porsi non è per nulla neutrale.
La lezione che la città impartisce ai propri abitanti è semplice: puoi usare uno spazio pubblico finché nessuno trova il modo di monetizzarlo, puoi incontrarti in un parco finché nessuno scopre come trasformarlo in un prodotto, puoi lasciar costruire una comunità finché quella comunità non entra in competizione con un utilizzo più redditizio dello stesso spazio.

Poi, quando arrivano le transenne, scopri che quello spazio non era davvero tuo, lo stavi soltanto tenendo caldo per il prossimo cliente e in tutto ciò, il Kappa FuturFestival non è il problema, come spesso si sente dire dai detrattori, bensì costituisce il sintomo più evidente di una città che ha imparato a raccontarsi meglio di quanto riesca a progettarsi. Che considera i propri abitanti utenti temporanei e gli investitori ospiti d’onore. Che alterna retorica della comunità e pratiche di esternalizzazione degli spazi comuni.

E la vera domanda da porsi non riguarda il festival in sé, ma riguarda Torino.
Di chi è Parco Dora?

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