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La politica uccide solo d’estate: prontuario delle tecniche per contrastare il dissenso

  1. Le questioni di metodo
  2. Il tempo
  3. I tavoli dell’oblio
  4. Le risposte non-risposte
  5. Il nemico misterioso ed esterno
  6. L’estate
  7. Deterioramento programmato 
  8. Intimidazione

1. Le questioni di metodo: evitare la discussione

Il più grande evergreen dell’ostruzionismo istituzionale: non è che non si vuole fare; purtroppo, non si può proprio fare. È un primo passo per evitare la discussione: definire un perimetro tecnico-burocratico nel quale le vere proposte non possono essere integrate.
Perché il regolamento più bello è sempre quello che non si applica mai e la procedura diventa così non lo strumento della decisione, ma il modo più elegante per impedirla.

2. Il tempo

Il tempo è lo strumento più importante, che spesso è in mano a chi gestisce il potere: una spada di Damocle il cui manico è sempre dalla parte sbagliata. Se i manifestanti protestano, si organizzano, portano attenzione scomoda su un tema, allora è il tempo di rallentare tutto. Raffreddare, aspettare, sfiancare. 
Per esempio, se una comunità si ribella ad una decisione, sarà sufficiente sospendere tutto per un attimo; dire che si sta ascoltando; si sta lavorando per un’alternativa. No, hanno già deciso, stanno solo aspettando.

Quando invece l’opposizione è morbida, disattenta, stanca o disorganizzata allora è il momento di accelerare il processo. Restringere i tempi di discussione, ridurre l’anticipo delle proposte e concentrare informazioni e decisioni importanti in pochi giorni o poche ore.

3. I tavoli dell’oblio

I tavoli dell’oblio sono luoghi umidi e tenebrosi dove le discussioni si arenano e affondano come navi nei fondali oceanici. Le proposte arrivano nei tavoli ma nessuno sa se, quando e come torneranno indietro. Molte non ce l’hanno fatta, le bozze intermedie ancora sgrammaticate rimarranno segregate forse per sempre. Sono le “black box” della politica istituzionale: se una discussione è troppo lunga o problematica, un tavolo ad hoc avrà il compito di predigerire la conversazione e di ripresentare la proposta a seguito di un confronto interno. 

Il bello dei tavoli dell’oblio è che sono esentati da molte delle regole e dei processi istituzionali dell’organo che li ha delegati. È buona pratica escludere dal tavolo dell’oblio le persone maggiormente interessate e coinvolte dal tema in oggetto. Se questa opzione non è praticabile, allora si consiglia di dare spazio a queste persone, cosicché possano almeno avere la consolazione di lamentarsi, accompagnandole però con portatori di interessi opposti e contrastanti, in modo che eventuali corpi intermedi, che potrebbero essere convinti o interessati ad un compromesso, siano tagliati fuori dal dibattito e da un’analisi approfondita.

4. Le risposte non-risposte

Qualora le tecniche presentate finora non dovessero bastare, esiste anche un’opzione più attiva. Consiste nel riconoscere la problematica presentata dai soggetti interessati, per poi elaborare una proposta allineata al proprio progetto, che solo apparentemente o debolmente affronta e risolve la questione. Questo approccio porta con sé due vantaggi: per quanto per i puristi potrebbe risultare una concessione, permetterà di assumere la postura di chi effettivamente si sta impegnando per fare qualcosa, di chi ha fatto la sua parte; secondariamente, ma non per importanza, ciò può indurre a frizioni e spaccature nel fronte dell’opposizione, di cui solo una piccola frazione beneficerebbe del risultato ottenuto.

5. Il nemico misterioso ed esterno

Iniziamo ad entrare nella zona calda del manuale. Quando si ricorre a tecniche para-propagandistiche e distorsioni della realtà pseudo-diffamatorie al fine di delegittimare la credibilità dell’opposizione, il primo passo è quello di alienare dal resto della comunità la componente dissenziente (che quindi sarà costretta a diventare dissidente).

Anche in questo caso, il metodo è semplice: non si discute più del problema, ma di chi lo solleva. Le persone che protestano smettono di essere parte della comunità e diventano improvvisamente qualcosa di esterno, opaco, sospetto. Sono politicizzate, strumentalizzate, mosse da interessi non dichiarati, forse manipolate da qualcuno, forse collegate a qualche regia invisibile. Il nemico misterioso ed esterno funziona proprio perché non ha bisogno di essere dimostrato: basta evocarlo. A quel punto ogni critica non sarà vista come una posizione legittima, ma come un attacco. Chi chiede spiegazioni diventa irresponsabile, chi pretende trasparenza crea tensioni, chi organizza dissenso danneggia la comunità. 

Il risultato è che il dissenso viene isolato ancora prima di essere affrontato. Non serve rispondere alle obiezioni se prima si riesce a convincere tutti che chi le pone non appartiene davvero al “noi” che si dice di voler tutelare. Così la comunità viene invitata a difendersi non dal problema, ma da chi ha avuto la sgradevole idea di presentarlo.

6. L’estate

Il sole, il mare, le vacanze, le città desolate, le cadute dei governi, le leggi controverse e gli sgomberi. A proposito, abbiamo aggiornamenti su Comala? E sull’Esselunga che (non) dovrebbero costruire al posto del parco? 

7. Deterioramento programmato: degradare per riconvertire

È molto più semplice agire su una situazione quando è stata lasciata allo sbando; quando diventa ragionevole, perfino responsabile, dire che “così non può più andare avanti”. Quello che spesso sfugge è che talvolta, più spesso di quanto si pensi, il deterioramento di uno spazio, di un parco, di un processo o di un servizio non è incidentale, ma un risultato ricercato

Non sempre serve chiudere qualcosa, a volte basta smettere di prendersene cura: si riduce la manutenzione, si rallentano le risposte, si complicano le condizioni d’uso, si lasciano accumulare problemi piccoli finché non diventano grandi. Nulla di abbastanza grave da sembrare una scelta politica, tutto abbastanza fastidioso da rendere la situazione progressivamente ingestibile. Il deterioramento programmato funziona proprio perché non ha quasi mai l’aspetto di una decisione. 

A quel punto il degrado, prodotto o tollerato, può essere finalmente presentato come prova. Il servizio è inefficiente, il luogo è ingestibile, la comunità non è in grado di autogovernarsi, lo spazio non è sicuro: l’esperienza è fallita. Una volta costruita l’emergenza, la soluzione può apparire inevitabile. Ma naturalmente la soluzione era già pronta: la parola magica, in questi casi, è “riqualificazione”. Un termine meraviglioso perché riesce a dire tutto e il suo contrario: curare, ripulire, ordinare, sostituire.

Così il degrado diventa uno strumento di governo e se ti opponi alla riconversione sarai facilmente accusato di rinunciare alle responsabilità di una collettività e di difendere ciò che ormai, dicono, bisogna lasciarsi alle spalle.

8. Intimidazione

Quando tutte le tecniche precedenti non bastano e il dissenso continua a manifestarsi, entra in gioco un nuovo strumento: l’intimidazione. Non necessariamente si tratta di minacce dirette, spesso sono poste sotto forma di avvertimenti impliciti. Il messaggio è molto semplice, sollevare un problema è legittimo, ma farlo potrebbe comportare conseguenze spiacevoli per chi lo segnala o, nei casi peggiori, per l’intera comunità coinvolta.
Questa tecnica è molto efficace, perché il costo del conflitto lo si fa pagare a chi ha meno potere e solitamente ha anche meno consapevolezza degli strumenti per difendersi. Ciò induce chi protesta a chiedersi se valga realmente la pena insistere. In questo modo, ciò che in teoria dovrebbe essere un diritto, come chiedere risposte o, più semplicemente, che ci si prenda le responsabilità delle proprie scelte, viene trasformato in una concessione revocabile subordinata al mantenimento di un comportamento collaborativo e docile. L’intimidazione porta con sé un ulteriore vantaggio descrivibile con il celebre motto: “punirne uno, educarne cento”. Non serve punire tutti, ma è sufficiente punirne uno, o anche solo lasciare intendere che lo si potrebbe fare, per indurlo spontaneamente a tacere. In questo modo, il silenzio che ne deriva può essere presentato come consenso a chi osserva dall’esterno.

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