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Guardare sotto il letto: la storia di Demetrio Quattrone

Guardare sotto il letto

Tutti abbiamo vissuto il momento in cui qualcuno, per la prima volta, ci ha fatto capire che non eravamo costretti a seguire una determinata regola — se nessuno vede. Questo momento avviene nelle modalità più disparate; per qualcuno arriva prestissimo, per altri più avanti: è un momento sociologicamente drammatico, trasformativo, squisitamente italiano.
Ormai, causa l’hype per Zerocalcare, mi immagino tutte le voci in romanesco:

“Ma non vedi che te stanno a fotte??”
“Guarda che qua non paga nessuno, nun te preoccupà”
“Fidete che tra di noi ce la risolviamo molto più in fretta”
“Ancora stai a fa’r’bijetto…”
“Ce sta n’amico mio che …” – La conclusione è lasciata come esercizio al lettore.

Io, del mio momento, non ricordo i dettagli ma la sensazione: ho visto l’immagine che avevo di una società solidale e organizzata per il bene comune cadere come un cartonato da set cinematografico, lasciando apparire una specie di arena gladiatoria immersa nella polvere. Tutti contro tutti — o al massimo organizzati in piccole squadre — armati di mazzette, evasione fiscale, promesse di lavoro in nero, pronti a usarle per contendersi la fetta più grande della torta, o anche solo per difendere una briciola.

Ho iniziato a notare che nel mondo dei grandi ogni problema aveva due tipi di soluzioni, ogni occasione ispirava due tipi di strategie, ogni amicizia poteva dare due tipi di supporto.
Le soluzioni del primo tipo sono relativamente trasparenti, regolate anche se talvolta in modo paradossale o ingiusto, idealmente prevedibili, basate sui diritti. Quelle del secondo sono la scorciatoia veloce che però non sai davvero dove porta o quanto ti costa, basate sui favori, sui privilegi. Se mi erano chiare responsabilità e conseguenze di prendere la prima strada, non mi erano chiare quelle della seconda. Chi erano i vigili delle strade del secondo tipo?
A pensarci bene, non mi era neanche chiaro cosa accadesse se, percorrendo la prima strada, ci si dovesse imbattere nella scorciatoia di qualcun altro. Allora ho capito: in realtà, anche i grandi hanno i mostri sotto al letto, e anche se di giorno, con la casa piena, fanno finta di nulla, si sentono piccoli quando, di notte, vengono lasciati da soli. Cosa succede quando tutti lasciano una persona in stanza con il mostro sotto al letto, da sola?

Non so neanche perché pongo questa domanda, se non so scrivere la risposta. Ho un’altra risposta, anche se non c’è una domanda: in realtà, le persone non andrebbero lasciate sole nella stanza col mostro sotto al letto. Non quando tutti sanno che nella strada sterrata ci finisci anche solo sbandando, non quando tutti sanno che certe strade asfaltate semplicemente finiscono nel nulla, mentre le scorciatoie sembrano sempre aumentare. Perché molte situazioni portano le persone a perdersi, a rassegnarsi, a tradire quando la paura si consuma nella solitudine.
Tra tante di queste storie, ci sono alcune persone che quando si sono trovate da sole, al buio nella stanza, hanno saputo reagire al silenzio e alla paura. Però, nel mondo dei grandi, una cosa è diversa: non sempre il mostro rimane sotto il letto. Per questo fa davvero paura, per questo conviene dormire col sospetto piuttosto che andare a controllare veramente. Ed è per questo che le persone, piccole o grandi, che a partire da quella facciata da set cinematografico di una società solidale e organizzata per il bene comune vorrebbero fare un’intera casa, hanno la responsabilità di ricordare la storia delle persone che, attraverso le proprie scelte, le proprie lotte, il proprio lavoro, fanno o hanno fatto luce sotto il letto.
Al di là delle metafore, se il mostro sotto al letto è un sistema culturale e di potere che sanziona con la violenza e l’intimidazione chi infrange le proprie “leggi”, e che reagisce allo stesso modo contro i singoli quando la società prova a contrastarlo; se il mostro sono le organizzazioni mafiose, che sostituiscono i diritti con la fedeltà, i doveri con i favori, fino a trasformare il bisogno in sfruttamento per sostentamento: allora queste persone fanno luce anche sotto i letti nostri, e sotto quelli di chi abbiamo intorno. Queste persone, dobbiamo ricordarle e prenderle ad esempio. Dobbiamo arrabbiarci quando vengono lasciate sole e dobbiamo sostenere anche chi resta loro accanto. Sappiamo che la violenza mafiosa non colpisce mai solo una persona: attraversa famiglie, comunità, legami, luoghi. Nel caso delle vittime innocenti delle mafie la memoria non può allora ridursi a commemorazione; deve diventare responsabilità verso chi continua a vivere dentro quella frattura.

Una nota: conoscere e prendere ad esempio queste storie non significa che siamo tutti chiamati a gesta eroiche ispirate a notissime vittime delle mafie che sono giustamente considerate — e non più osteggiate, ora che non possono più parlare — un’ispirazione nazionale. Significa aprire gli occhi sulle tante situazioni in cui quotidianamente avalliamo certe dinamiche, su come piccole catene di scelte diventano grandi. Comprendere che da tutti i livelli e da tutti i settori della società può avvenire quella che complessivamente diventa un’estrazione di potere dal sistema democratico.

L’invito è quindi a partecipare come collettività ad una risposta sociale e solidale che tolga terreno alle mafie e come individui a comprendere il ruolo delle nostre scelte o non-scelte. Per farlo vorrei partire da una storia che riguarda anche il Politecnico di Torino: quella di Demetrio Quattrone, ex studente calabrese, laureato in ingegneria civile.

Demetrio Quattrone: ex studente del Poli, ucciso dalla ‘ndrangheta

Demetrio Quattrone è una vittima innocente di ’ndrangheta la cui storia ci riguarda non solo perché qui a Torino ha studiato ingegneria, ma perché la sua vicenda parla direttamente alla responsabilità di chi, attraverso il proprio lavoro, incide sul modo in cui vengono costruiti i luoghi, distribuite le risorse, tutelata la sicurezza delle persone.

Non sappiamo molto sulla sua persona, non esiste una “biografia”, non era previsto che andasse così. Sappiamo che nasce a Reggio Calabria il giorno di Natale del 1948 — anche se all’anagrafe è registrato una settimana dopo, già nell’anno nuovo. La sua famiglia non è ricca, ma accettando molti sacrifici gli permette, dopo il diploma, di trasferirsi a Torino e laurearsi in Ingegneria civile al Politecnico. Matricola 268/T. Con quel titolo potrebbe costruirsi una carriera al Nord. Sceglie invece di tornare a Reggio, la città a cui è legato, per mettere al suo servizio quello che ha imparato. Diventa funzionario dell’Ispettorato del Lavoro e gli viene affidato il controllo dei cantieri edili. Si tratta di un ruolo istituzionale di vigilanza sui luoghi di lavoro. In concreto: entrare nei cantieri, controllare il rispetto di norme su sicurezza, contratti e regolarità del lavoro. Un punto di osservazione privilegiato non in quanto apicale, ma in quanto direttamente sul campo, in un passaggio storico critico, dove incontra le mafie in quella zona in cui provano a rendersi normali.

Sono gli anni della seconda guerra di ‘ndrangheta, che tra la metà degli anni Ottanta e l’estate del 1991 provoca centinaia di morti. Il sangue è solo la punta dell’iceberg di un conflitto che si consuma per il potere. È il momento in cui la ’ndrangheta reggina ridefinisce i propri equilibri interni e consolida la propria capacità di controllo su territorio, economia, appalti, professioni e politica locale. Non a caso infatti, in quegli anni, le Procure di Reggio, Palmi e Locri chiamano Demetrio Quattrone come consulente tecnico, e con loro lavora ad alcune indagini di ‘ndrangheta.
Gli anni Ottanta, inoltre, sono per la città un decennio di vera esplosione edilizia e consumo di suolo, con un importante ruolo dell’abusivismo. La superficie urbanizzata passa dai circa 2.500 ettari del 1981 a circa 5.000 ettari negli anni Novanta. Reggio cresce ma senza una direzione amministrativa forte. Si espande sotto la pressione di una grande domanda di lavoro, sviluppo, riscatto territoriale, attirata da una grande industria promessa dalla politica nazionale che però non arriva mai o non funziona. Una città in profonda crisi, con poche opportunità industriali e imprenditoriali, ma anche in grande espansione, diventa una città in cui il territorio stesso è una posta in gioco. In questo vuoto, l’edilizia rimane uno dei pochi settori capaci di muovere denaro, consenso e occupazione. La guerra nasce da conflitti di potere tra cosche, territori, capitali e controllo degli affari. Però l’edilizia è uno dei luoghi decisivi in cui quel potere si concretizza: appalti, subappalti, cantieri, forniture, movimento terra,  edilizia privata, abusivismo e controllo delle trasformazioni urbane.
Il 1985 è un anno che racconta bene questo clima. A livello nazionale si parla del Ponte sullo Stretto come di una grande opera ormai prossima, capace di cambiare il destino infrastrutturale del Mezzogiorno e di caricare il territorio di nuove aspettative. Nello stesso anno, il primo grande condono edilizio nazionale permette di regolarizzare molte opere abusive: a Reggio Calabria, dopo la legge 47/1985, arriveranno oltre 20.000 domande di sanatoria. È proprio di quegli anni una delle frasi più dure che Demetrio lascia tra le sue carte — appunti personali, interventi ai convegni — che i familiari ritroveranno molto più tardi:

«Il partito dei palazzinari a Reggio governa la città.» 

Descrive una città in cui la costruzione diventa potere: il potere di decidere quali aree valgono, quali regole si applicano, quali controlli si evitano, quali professionisti si coinvolgono, quali imprese lavorano. È, probabilmente, tra i primi a leggere quel fenomeno in modo organico — non come una somma di episodi, ma come un sistema.

Negli stessi anni Demetrio si costruisce una vita su quella stessa coerenza. L’inflessibilità che porta nei cantieri diventa la base della sua credibilità di funzionario, e attorno a quel nome costruisce anche attività professionale e imprenditoriale. Si sposa con l’architetta Domenica Palamara e insieme hanno tre figli: Rosa, Antonino e Maria Giovanna. Di Demetrio sappiamo che diceva: «Un uomo non è né stupido né intelligente. L’uomo deve essere libero». Conosciamo anche alcuni racconti dai familiari. Una volta, dopo essere intervenuto sul luogo di un incidente sul lavoro in cui un contadino era morto schiacciato dal proprio trattore, rimase profondamente colpito al punto da impegnarsi per realizzare un dispositivo capace di arrestare il mezzo in caso di caduta del conducente, anticipando un sistema che sarebbe successivamente diventato obbligatorio.

Demetrio Quattrone

Un altro snodo cade negli anni a cavallo tra Ottanta e Novanta. Nel 1989 il “decreto Reggio” stanzia sulla città un fiume di denaro pubblico per la ricostruzione e la riqualificazione urbana — ed è ormai storia accertata che su quei fondi arrivò puntuale l’interesse della ‘ndrangheta. È la stessa partita che Demetrio aveva fotografato nei suoi scritti quattro anni prima. Sempre dai suoi scritti:

«L’imprenditore nasce ed investe perché vede un mercato che esprime domanda nel lungo termine. L’affarista si organizza solo per fare l’affare che ha l’intenzione di concludere. Dall’affare trae il maggior guadagno possibile, non accantona ammortamenti ma investe tutto l’utile in beni permanenti che producono solo reddito a chi li possiede (ovvero immobili).»

La violenza della guerra di ‘ndrangheta raggiunge il suo apice il 9 agosto 1991 quando viene ucciso Antonino Scopelliti, il magistrato che avrebbe dovuto sostenere l’accusa in Cassazione nel maxiprocesso a Cosa nostra. Secondo la ricostruzione più accreditata, fu un delitto eseguito dalla ‘ndrangheta per conto della mafia siciliana e, insieme, il favore con cui le cosche reggine sigillano la fine della propria guerra interna. È uno degli apici della violenza mafiosa calabrese contro le istituzioni e il segno che, nel sangue, Reggio sta tornando alla «pace».

Infine, di Demetrio sappiamo che la sera del 28 settembre 1991, intorno alle dieci, di ritorno in auto sulla via di casa, subisce un’imboscata da parte di un commando che apre il fuoco — un mese e mezzo dopo Scopelliti. La moglie Domenica, in casa, sente gli spari e il marito che non rientra; chiama aiuto. Con Demetrio, che aveva quarantadue anni, viene ucciso anche Nicola Soverino, trent’anni, medico e suo amico, con ogni probabilità solo perché è con lui.

Articoli de La Stampa usciti due giorni dopo il duplice omicidio

Ciò che invece della storia di Demetrio non sappiamo è il perché dell’omicidio, i mandanti, i colpevoli. Le indagini si allargarono su tutti i fronti della sua vita — il suo ruolo come funzionario dell’Ispettorato che controllava i cantieri, come perito che lavorava per le Procure sulle inchieste di ‘ndrangheta, le attività imprenditoriali ed edilizie — e ognuno di quei fronti moltiplicava i possibili moventi invece di restringerli. Nessuno portò a nulla. L’Unità scrive in un articolo del 30 settembre dello stesso anno: “Insomma, la caccia a mandanti e killer si svolge su numerose piste. «Forse troppe – si lascia sfuggire sconsolato uno degli investigatori – per una città dove è difficile scoprire qualcosa anche quando i segnali sono consistenti».”
Ciò che ancora manca sono verità e giustizia: non le abbiamo noi, e non le hanno i suoi figli, che hanno scelto di portarne la voce e l’esempio. Tra loro Nino, che dopo essersi anch’egli laureato al Politecnico, oggi è responsabile del laboratorio di ingegneria edile, il più grande di un Ateneo in cui questa storia dovrebbe risuonare maggiormente. Qui, dove si formano persone che un giorno avranno responsabilità concrete sul modo in cui si costruisce, si progetta, si controlla, si distribuiscono risorse, si tutela la sicurezza. 

Ci raccontiamo la storia di Demetrio perché non ci chiede di sentirci eroi, né eredi di un destino. Ci dice, da un lato, che il modo in cui ognuno fa il proprio lavoro pesa, anche quando nessuno guarda. Demetrio non ha cercato niente di eccezionale: ha fatto il suo lavoro con onestà, fino in fondo, dove farlo costava caro. È stato lasciato solo nella stanza — e questo è l’altro lato da non dimenticare, quello che richiede una risposta culturale, sociale e collettiva. Vogliamo ricordarlo come impegno a non lasciare soli quelli che oggi fanno la stessa scelta. 

«Allora il grande disegno da attuare è una vera formazione professionale del lavoratore controllata dai lavoratori stessi e finalizzata ad occupazione stabile perché, tolto dallo stato di bisogno e dalla conseguente continua ricerca del soddisfacimento dei bisogni indispensabili, il lavoratore aumenterà la capacità critica, condurrà la battaglia con i compagni di lavoro e saprà di non essere solo quando definirà scelte.»

A Nino, Rosa e Maria Giovanna va il nostro affetto e la nostra gratitudine, per averci fatto conoscere la storia di loro padre — e per averci permesso di farla un po’ anche nostra. Non smetteremo di raccontarla.

Demetrio Quattrone

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