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Come evitare una decisione in 7 ore di seduta: resoconto del Senato del 19 marzo

Dal momento che gli studenti non dispongono della possibilità di consultare verbali e resoconti relativi alle sedute degli organi centrali, con unica eccezione del CPD, riporterò qui alcuni punti tematici relativi alla seduta del Senato Accademico del 19 marzo.

Da tale seduta emergono due questioni centrali per la comunità studentesca, accomunate da un aspetto che va ben oltre il merito dei singoli temi, ovvero un problema strutturale di metodo, tempi e trasparenza.

Il primo punto riguarda il nuovo modello didattico. 

È stato presentato un aggiornamento relativo ai passaggi istituzionali cui è sottoposto il white paper sviluppato dal gruppo di lavoro sulla riforma del modello didattico. 

Entro la fine del mese è previsto si abbia il parere di tutti i collegi, del CPD, del PQA e del Consiglio Studenti in merito al documento sviluppato, in modo tale da poter essere discusso e votato durante la prossima seduta del Senato del 29 aprile, previo passaggio nella seduta informativa del 14 aprile.

È condivisa da anni la necessità di intervenire su un sistema che presenta criticità evidenti, a partire dai bassi tassi di superamento del primo anno (poco sopra al 30% nell’area dell’ingegneria), dall’alto tasso di abbandono, dalla media dei tempi di laurea (nei percorsi triennali vicina ai cinque anni), dalla poca esperienzialità del nostro percorso e così via. 

Il White Paper pone degli obiettivi condivisi, ma qui la vera domanda è: gli obiettivi che intende raggiungere, che a loro volta derivano dalle criticità attuali, trovano una risposta in questo documento? Ebbene, alcuni sì, altri in parte, altri non sono nemmeno trattati.
Quindi, la nuova domanda che dovremmo porci da qui al 29 aprile è: vogliamo che questi problemi senza una soluzione rimangano tali, o abbiamo intenzione di cercarne una nell’anno e mezzo che ci separa dall’applicazione effettiva del nuovo modello?

(arriveranno approfondimenti specifici sul tema)

Il secondo punto è relativo alla mozione a supporto della comunità degli studenti iraniani presentata durante la scorsa seduta di febbraio, che rappresenta invece uno dei casi più emblematici di come oggi vengano gestiti i temi politicamente sensibili all’interno degli Organi.

Partiamo da un dato di fatto: la mozione nasce da richieste reali da parte della comunità iraniana che vengono presentate da ormai dicembre 2024. L’ultima mozione presentata (che potete trovare qui) riporta richieste emerse a seguito di un’assemblea pubblica tenutasi nel mese di febbraio e sostenute da una comunità decisamente non marginale nel nostro Ateneo, considerando che conta circa 1800 studenti. Non si tratta quindi di un caso isolato, marginale o simbolico, ma di una questione concreta che riguarda migliaia di studenti che, a causa della tragedia in corso nel proprio Paese, hanno incontrato difficoltà oggettive nel sostenere la sessione invernale.

Le richieste avanzate sono chiare e circoscritte. La prima di esse richiede di consentire l’accesso alla sessione straordinaria a chi, di fatto, non ha potuto usufruire in condizioni normali della sessione ordinaria appena terminata. Una misura puntuale, limitata nel tempo, e soprattutto complementare agli strumenti già esistenti. Gli studenti non hanno mai avanzato richieste di creazione di nuovi strumenti, bensì hanno pensato a dei modi per usufruire delle possibilità che l’Ateneo già offre in misura straordinaria rispetto alla situazione attuale.

La discussione, purtroppo per noi, si è svolta in un contesto che ne ha compromesso fin dall’inizio la legittimità dal momento che, essendo stata inserita come ultimo punto del Question Time, che a sua volta è l’ultimo punto all’ordine del giorno, la discussione è iniziata verso le 17 (dopo circa sette ore dall’inizio della seduta). Proprio in quel momento è caduto il numero legale, portando di conseguenza all’impossibilità di deliberare. In altre parole, il tema non è stato realmente discusso, ma semplicemente attraversato.

Questo introduce il tema della gestione delle priorità, perché portare un punto di questo tipo a fine seduta, sapendo a priori che difficilmente sarà presente il numero legale, equivale nei fatti a svuotarlo di qualsiasi possibilità decisionale e deliberativa. L’ordine del giorno può essere cambiato nel corso della seduta ed è comprensibile che in una seduta così lunga molti partecipanti non sarebbero arrivati fino alla fine.

Entrando nel merito della discussione, la linea tenuta dalla governance è stata quella di richiamare l’esistenza di un protocollo generale per studenti provenienti da Paesi in conflitto deliberato dal CdA il 23 luglio 2025. Vale la pena spiegare cosa prevede concretamente questo protocollo, perché è fondamentale per capire il problema.

Il protocollo si articola in due misure: una riduzione del computo della durata della carriera universitaria di due semestri, con effetti su decadenza, fuori corso, accesso a bandi interni e un fondo di solidarietà da 300.000 euro annui, destinato a borse di studio e supporto alla residenzialità, con aggiornamento semestrale basato su liste internazionali di Paesi in conflitto (World Bank FCS List e dataset ACLED).

Entrambe le misure sono reali e permettono di intervenire strutturalmente in aiuto dei diretti interessati, ma nessuna di queste misure risponde alle richieste della mozione, quindi richiamare il protocollo in risposta alla mozione equivale banalmente a rispondere a una domanda con la risposta a un’altra domanda.

È stata inoltre sostenuta la necessità di evitare interventi specifici per singole comunità. Una posizione che, decontestualizzata, può apparire coerente, ma che nel concreto si traduce in un mancato confronto con le richieste avanzate, che non trovano soluzione in questo protocollo.

Anche per questo motivo, nella seduta del 20 gennaio, è stata approvata all’unanimità l’ulteriore richiesta che “il Politecnico di Torino agisca tramite il Vicerettore per la Formazione e tramite CORECO, invitando anche gli altri Atenei piemontesi a unirsi per un’azione unitaria e maggiormente incisiva, affinché si facciano portavoce nei confronti di EDISU per la predisposizione di misure relative al diritto allo studio ed alla residenzialità che rispondano concretamente a queste situazioni emergenziali e al conseguente allungamento dei percorsi universitari”, come da verbale della seduta stessa.

Il punto è proprio questo: non è stato discusso se la misura richiesta fosse adeguata, sostenibile o anche migliorabile. Non è stata aperta una riflessione su eventuali emendamenti e soprattutto non è stata data una risposta, ma si è scelto di ricondurre il tema a un quadro generale già esistente, senza porre alcun dubbio se quel quadro fosse effettivamente sufficiente.

La contraddizione politica però nasce analizzando per quale motivo la discussione sia stata rimandata all’attuale. Il motivo è dovuto alla raccolta dei dati relativi agli studenti coinvolti, che erano già stati riportati e discussi durante un incontro informale tra il Vicerettore alla formazione e le rappresentanze studentesche. La decisione di rinviare la discussione alla seduta del 19 marzo era stata motivata proprio dalla necessità di portarli in Senato e fondare il dibattito su elementi oggettivi, come da prassi dichiarata dalla governance stessa.

Il fatto che questi dati non siano stati presentati in seduta non è quindi una dimenticanza, ma una scelta. Una scelta che appare incoerente con la linea, più volte ribadita, di voler basare le decisioni su dati ed evidenze quantitative. Per questo viene da chiedersi se questa incoerenza non sia in realtà funzionale a evitare un confronto nel merito, forse proprio perché quei dati, per dimensione e impatto, avrebbero reso difficile ridurre la questione a un caso marginale e puntuale, legato a una piccola parte di studenti.

È giusto informare tutti a questo punto di un altro aspetto non molto conosciuto relativo al destino stesso delle mozioni in questi organi. Oggi, di fatto, non esiste un iter regolamentare chiaro che garantisca a una mozione di essere discussa e votata. La loro trattazione è lasciata alla discrezionalità del presidente della seduta, ovvero del Rettore, il quale ha facoltà di decidere se queste possano essere presentate e/o votate e deliberate. 

Questo porta a una nuova consapevolezza, ovvero quella secondo la quale la rappresentanza può portare una richiesta, ma non esiste  di fatto un momento nel quale la Governance, attraverso l’Organo, sia chiamata ad assumersi la responsabilità politica di accoglierla o respingerla.

Nel frattempo, il tempo scorre e, in questo caso specifico, rende priva di significato la richiesta principale – l’accesso alla sessione straordinaria – inutilizzabile già alla prossima seduta essendo posta verso la fine della sessione stessa. Il rinvio della discussione, quindi, equivale  nei fatti a una bocciatura implicita, una bella mossa politica.

Se la posizione è quella di non voler adottare misure specifiche per singole comunità preferendo invece regole generali, va bene, ma è una scelta che deve essere discussa ed esplicitata. Evitare il voto, evitare il confronto nel merito della proposta, evitare di dare una risposta, significa invece sottrarsi a quella responsabilità, creando la percezione di avere le “mani pulite”, sicuramente vero, ma inutili se rimangono in tasca.

Il risultato di tutto ciò è che una comunità che da dicembre 2024 porta avanti richieste precise continua a non ricevere alcun riscontro, alcuna risposta, e un organo che dovrebbe essere luogo di sintesi politica si riduce a spazio in cui le decisioni vengono rinviate fino a quando non perdono di significato.

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