INTERRUPT

Saremo sempre un po’ sovversivi

Discorso di Don Luigi Ciotti alla 31° Giornata della Memoria e dell’Impegno 

Torino, 21 marzo 2026

Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.

Allora, buongiorno a tutti. Voi capite che per il referendum c’è il silenzio e allora alcune cose non possiamo dirle. Ma ne possiamo dire altre. E allora, cari amici e amiche, su questa piazza che ha visto passare operai, studenti, resistenti, santi e peccatori, noi su questa piazza ci chiediamo di cosa abbiamo fame. Di che cosa abbiamo veramente fame oggi. 

VERITÀ


Manifesto di denuncia per l’omicidio di Giuseppe Impastato, giovane giornalista, militante comunista. Alcamo, 1978.

Fotografie di Letizia Battaglia © Archivio Letizia Battaglia

Abbiamo fame di verità. La verità è un diritto. Il diritto di sapere, di non essere ingannati. Il diritto di non essere manipolati dai poteri forti, dalle parole vuote, dai silenzi complici. Perché voi lo sapete che la democrazia non può vivere senza verità. Non è compatibile con le zone d’ombra, con gli abusi, con i depistaggi, con chi sapeva e ha taciuto. La nostra memoria, quella che oggi ci da appuntamento qui su questa piazza, e una memoria viva. E la memoria vera ha un costo. Si, la memoria vera ha un costo: costa fatica, costa inquietudine. Perché la memoria onesta chiede cambiamento, ci provoca, ci converte, ci mette in discussione. E la memoria ci chiede di risarcire. Ripeto, ci chiede di risarcire il dolore innocente, di dare corpo alla giustizia negata, di portare alla luce le verità nascoste per decenni. E noi non ci stanchiamo di ripetere, anche se ci fa dolore ripeterlo, che oltre l’80% di voi che avete visto strappare i vostri affetti, i vostri amori dalla violenza criminale e mafiosa, l’80% di voi non conosce la verità. E allora ancora una volta gridiamo questo bisogno del diritto alla verità. Perché le verità passeggiano per le vie dei nostri paesi e delle nostre città. C’è chi sa, c’è chi ha visto. L’omertà uccide la verità, ma uccide anche la giustizia e uccide anche la speranza. Allora guardatevi intorno.

MEMORIA

Foto di Marco Donatiello

Guardiamoci intorno. Siamo in tanti. Siamo la memoria che cammina. Stiamo camminando insieme da anni e camminiamo, la nostra memoria cammina. Cammina, cammina. Siamo la speranza che non si arrende. Non dobbiamo arrenderci. Oggi noi soffriamo di una emorragia di memoria. Quanti hanno questa emorragia di memoria nel nostro Paese? E quando perdiamo memoria, perdiamo noi stessi. Perdiamo l’anima, perdiamo l’anima. Ecco perché, torniamo a dirlo forte oggi qui, proprio oggi abbiamo fame, abbiamo fame. Non c’è una parola più forte. Abbiamo fame di verità. Abbiamo fame di verità. 

GIUSTIZIA


Il giudice Giovanni Falcone ai funerali del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia. Palermo, 1982.

Fotografie di Letizia Battaglia © Archivio Letizia Battaglia

Qui dobbiamo capirci.
La giustizia non è mai contro qualcuno. La giustizia è sempre per qualcuno. È per chi è stato calpestato. È per chi non ha avuto voce. È per chi è stato tradito proprio da chi doveva proteggerlo. Dobbiamo avere il coraggio di farci la domanda più profonda e più scomoda. Come deve essere la giustizia per essere veramente giusta? Non è una domanda da giuristi. È una domanda da esseri umani. È una domanda che possiamo farci solo se abbiamo il coraggio di stare accanto a chi soffre, di ascoltare chi non conta, di toccare con mano la carne viva del dolore. Oh, se non tocchiamo la carne viva del dolore, che senso ha?

TORINO E I SANTI SOCIALI

Tutto quello che stiamo facendo. E qui a Torino questa domanda è di casa. È una domanda che viene da lontano. Da molto lontano. Perché Torino e la città dei santi sociali. Don Bosco, che ha preso i ragazzi dalla strada e ha ridato loro dignità. Il Cottolengo, che raccoglieva gli scartati, i malati, gli ultimi, quando nessuno li voleva vedere. Il Cafasso, che entrava nelle carceri e stringeva la mano ai condannati a morte. Don Giuseppe Allamano, che dà vita ai missionari della Consolata. Ma c’è anche una donna meravigliosa, una marchesa, una nobile: la marchesa Giulia di Barolo, che con il suo rifugio accoglieva donne in grave difficoltà e accoglieva ex detenute. E per Giorgio Frassati, che viveva la fede camminando tra i poveri. E non possiamo dimenticare le tante altre belle realtà che oggi in questa città, in questa regione ci sono. Tante belle, vere, autentiche e molte siete qui su questa piazza. E allora guardiamo le cose belle, importanti, positive, che ci sono state, che ci sono. Ma badate bene: non erano santi da devozione privata. Erano santi che facevano politica nel senso più alto del termine: il servizio per il bene comune. Eh già i santi, perché il sapere della fede cristiana, quando è vero, quando è autentico, non serve, vi prego, non serve a costruire tempietti per le nostre piccole devozioni. Serve a sporcarci le mani con la storia. Serve a liberare le persone da ogni schiavitu, vecchie e nuove. Dalla forza di battersi contro queste schiavitu, di chiamarle col loro nome, di denudarle e denunciarle a voce alta. 

DENUNCIARE LE SCHIAVITU DI OGGI:
Donne nelle mafie e nella società

Palermo 1978. La donna ed i suoi bambini stanno sempre a letto. In casa non ci sono né luce né acqua.
Palermo, 1978.

Fotografie di Letizia Battaglia © Archivio Letizia Battaglia

A voce alta dobbiamo denunciare le schiavitu di oggi. E allora non basta. Abbiate pazienza. Non basta avere le mani pulite. Le mani pulite da sole non bastano. Possiamo avere le mani pulite e tenerle in tasca. Possiamo essere formalmente irreprensibili e stare alla finestra mentre il mondo brucia. Voi capite che questo non è possibile. Non basta. Perché se abbiamo le mani pulite, ma le teniamo in tasca, siamo complici. Siamo complici dell’indifferenza. Siamo complici dell’ingiustizia che avanza e colpisce duro come sempre più deboli e meno tutelati. Le donne, per esempio: la subcultura mafiosa, salvo eccezioni, è profondamente patriarcale. È una subcultura del possesso, della sopraffazione, del silenzio imposto. Le donne in quel mondo sono figure subalterne. Servono, ma non contano. Devono obbedire e non pensare. Devono subire e non ribellarsi. Eppure, quante donne hanno pagato con la vita il coraggio di dire no? No! Il coraggio di dire no. Quante donne hanno pagato con la vita? Quante sono state uccise perché hanno rotto gli schemi, perché hanno alzato la testa, perché hanno voluto, hanno preteso di essere libere. E ce ne sono qui, su questa piazza, alcune di queste donne che devono mascherarsi per non essere rintracciate, perché loro le cercano. E nei nomi che abbiamo letto alcuni di questi nomi sono di donne che hanno pagato con la vita il coraggio di dire no a questa cultura, subcultura mafiosa. Oggi per fortuna nella società c’è un po’ più di consapevolezza. C’è un rifiuto più netto delle logiche patriarcali che penalizzano le donne nel lavoro. Nel lavoro! Nel lavoro molte penalizzate, nelle relazioni, nella vita quotidiana. Eppure i femminicidi continuano, la violenza continua e la politica, come spesso accade, arranca, non tiene il passo. Non tiene il passo. Oh, fermi! Pensavamo che sul tema del consenso, e voi mi capite bene, ci fosse un accordo trasversale in Parlamento. E invece abbiamo visto passi indietro. Invece di andare avanti, si torna indietro. È inaccettabile! Questo per noi è inaccettabile! E io penso, e io penso anche a quelle donne che decidono di allontanarsi dai contesti mafiosi di origine. Donne che scappano a rischio della propria vita e della vita dei loro figli. Donne che rompono il muro del silenzio, che denunciano, che scelgono la libertà. Ma vi pare possibile che in Italia, culla della civiltà, ci debbano essere oggi donne che devono fuggire da certe situazioni e che scelgono la libertà? Noi ne incontriamo tante di queste donne. Ci chiedono una mano e insieme a loro proviamo a costruire percorsi di protezione, di rinascita, di dignità. Sono persone che aprono una breccia nel sistema patriarcale mafioso. Sono pietre scartate che diventano testate d’angolo. Offrono un esempio ad altre che ancora non osano, che ancora stanno chiuse nel silenzio. Per paura, una paura che ha radici profonde. Ci vuole un aiuto forte per sradicarle, quelle radici. Non lasciamo le sole, queste donne, e allora servono nuove norme, subito, subito servono nuove norme. Una legge che tuteli queste scelte coraggiose. In Commissione Antimafia è stata elaborata una proposta e questo è un dato positivo che dobbiamo riconoscere per garantire sicurezza e reinserimento a queste donne e ai loro figli. E vi devo dire e questo è un dato positivo che su questa proposta l’hanno firmata tutte le forze politiche, nessuna esclusa. E allora è importante e allora speriamo che adesso che deve essere elaborata, che deve essere votata, ci sia altrettanta forza di unità come è accaduto trent’anni fa per la legge per cui insieme abbiamo raccolto un milione di firme. Ricordate? E allora si. Perché la giustizia? Le donne.
Perché la giustizia non ha genere. La giustizia è di tutti. E le donne in questa battaglia sono in prima linea. Siete in prima linea nella faccia del mondo e noi dobbiamo stare loro accanto con i fatti concreti, non con le belle chiacchiere, che sono come l’aria l’avete presente? L’aria dei palloncini gonfiati. Sembra che volino chissà dove e non portano da nessuna parte. Spariscono nel cielo.

GUERRA e TORINO

Allora noi qui guardiamo giù per terra, guardiamo il mondo, guardiamo cosa succede intorno a noi. Guerre. Tante guerre. Un mondo che nell’ultimo ventennio e lo si dice con sofferenza ha visto aumentare dell’85% la spesa globale per gli armamenti. 2500 miliardi di dollari nel 2024. Pensate, i primi 15 paesi per investimenti nel settore bellico? Si, i primi 15 paesi nel mondo sono gli stessi che generano quasi due terzi delle emissioni di gas serra. Le guerre uccidono, distruggono, inquinano, sono un trittico di morte le guerre. Un trittico di morte, uccidono, distruggono, inquinano, e noi qui a Torino dobbiamo guardarci allo specchio. Si, cari amici di Torino nel Piemonte, una meraviglia qui, insieme, oggi, con tanti amici da tutte le parti d’Italia e del mondo. Dobbiamo guardarci allo specchio noi qui a Torino perché, con rispetto, con rispetto, per le persone che lavorano e che sono sempre, vi prego sempre, da tutelare, per noi è motivo di preoccupazione sapere che in Piemonte si festeggia la crescita di attività industriali legate alla spesa militare. Qui si progettano e si assemblano i caccia del futuro, aerei che servono a uccidere, a bombardare, a seminare morte: è una contraddizione che dobbiamo avere il coraggio di nominare, perché costruire la pace non significa fabbricare più armi, significa costruire abitazioni, scuole, ospedali, lavoro dignitoso per tutti, significa investire nella vita non nella morte. E allora voi capite, tutelando sempre, rispettando sempre chi ci lavora, Torino e una citta che vi ha accolto, e una citta di tante risorse di tante speranze, ha una sua storia, c’è una città dentro la citta, e la citta di quanti fanno, si impegnano, lottano tutti i giorni, ma c’e anche chi viaggia nella direzione opposta. 
Mai dimenticate, vi prego, il grido, per me e di un caro amico, e un nome, penso, che risuoni nella testa e nel cuore di molti di voi: il grido di Don Tonino Bello, profeta di pace, si, Don Tonino Bello, profeta di pace, Pax Christi, insieme a Luigi Petazzi, grande vescovo. Quando Tonino Bello diceva, tra le tante cose meravigliose, che la pace è un atto di coraggio e diceva che bisognava usare la pace, ma soprattutto ci diceva che bisogna essere malati di pace, una malattia da cui non dobbiamo mai guarire. Anch’io auguro a ciascuno di voi di essere malati di pace. Sì, malati di pace, e allora gridiamo con tutta la potenza delle nostre emozioni la pace disarmata e disarmante di Papa Leone XIV, lo gridiamo, mentre in Ucraina si combatte e si muore da più di quattro anni, a Gaza si muore e si muore ancora sotto le bombe, e così in Iran, in Sudan, nel Congo e c’e un elenco interminabile di nazioni in cui c’è guerra, morte, macerie. Tutte queste guerre non sono solo una tragedia umanitaria, sono un affare, un grande affare per le mafie, per i trafficanti di armi, per le multinazionali del petrolio. Perché dove c’è guerra c’è caos e dove c’è caos le mafie pescano a piene mani la ricostruzione, lo smaltimento di rifiuti tossici, il controllo del territorio, la tratta di esseri umani, traffici di armi. 

CORRUZIONE

E poi c’è la corruzione, la corruzione che costa. Oggi non parliamo di quella in Italia, vi prego, che ce n’e, ma non dobbiamo parlarne perché se ne parlassimo sarebbe un disastro. Ma voi la conoscete, la conoscete. E poi c’è la corruzione, la corruzione che costa all’Europa centinaia di miliardi di euro l’anno, che divora i fondi pubblici, che ruba il futuro ai nostri figli, che rende le nostre città più fragili e più ingiuste. 

INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Un militare ucraino della 25ª Brigata aviotrasportata osserva un Vampire, un drone pesante, durante il suo volo nei pressi della linea del fronte, nel contesto dell’attacco russo all’Ucraina, nella regione di Donetsk, Ucraina, il 5 aprile 2025.

Foto: REUTERS/Oleksandr Ratushniak

E ora, a questo scenario di devastazione, aggiungiamo l’ultima frontiera: l’intelligenza artificiale. L’avevamo detto un paio di anni fa, a Roma, e chi di voi c’era a Roma se lo ricorda. Oggi ci viene confermato dagli organi competenti che l’intelligenza artificiale è veramente diventata intelligenza criminale. Le mafie la usano per velocizzare i loro affari, per nascondere i proventi, per reclutare complici, per colpire le nostre democrazie con attacchi ibridi, e la cosa più spaventosa è che la tecnologia viene usata anche in guerra. Si, viene usata anche in guerra per delegare alle macchine la decisione di uccidere, come fosse un videogioco, un algoritmo decide chi vive e chi muore, una macchina sceglie se salvare un bambino o lasciarlo senza più vita sotto le macerie. Ma com’e possibile? Ma com’è possibile, e proprio quei bambini, vittime innocenti per natura; tormentano le nostre coscienze. Quei bambini tormentano le nostre coscienze. Quelle distese di piccoli lenzuoli bianchi per coprire i loro corpi, ne abbiamo viste di queste immagini, sono il segnale estremo che anche l’ultimo confine delle barbarie è stato violato. E il mondo tace, il mondo tace, ci sono troppi silenzi rispetto a quello che sta succedendo e questa è l’alienazione totale della responsabilità. Questa è la fine dell’umanità, se non ci fermiamo, se non ci mettiamo di mezzo ciascuno col proprio corpo e col proprio cuore per fermare, per fermare i creatori di moderni inferni.

I GIOVANI

E poi guardo voi, cari giovani, che nonostante in questi giorni le scuole sono chiuse, voi siete venuti, siete venuti in tanti. Lasciatemi dire, cari giovani, ragazzi e ragazze, io vi guardo con grande affetto. Vi guardo, vi vedo e vedo la inquietudine nei vostri occhi: voi siete in ricerca di un altrove a un mondo che oggi risulta spesso negante e inospitale, dite no alla invivibilità del presente in tanta realtà, voi siete preoccupati perché vedete il futuro più chiaramente di noi e a volte provate rabbia, angoscia, smarrimento. E noi adulti, invece di capirvi, a volte, abbiamo paura di voi. Abbiamo paura di voi, perché voi ci indicate quello che non vorremmo vedere. La nostra ipocrisia, la nostra avidità, la nostra rassegnazione, la vostra inquietudine ci mette davanti a uno specchio e ci inchioda alle nostre responsabilità. Anche qui mai generalizzare. Grazie che voi ci portate i vostri percorsi inediti, ci portate le vostre passioni, la vostra capacità di usare le nuove tecnologie. Grazie, perché molti di voi siete venuti qui. Siete venuti perché l’avete sentito dentro. Siete meravigliosi. Siete meravigliosi. Noi a volte vi abbiamo lasciati soli, ma dove vi abbiamo lasciati soli, crescono la sfiducia, la rabbia, a volte la violenza. Viviamo un’epoca di passioni tristi. Non sono le passioni di chi piange. Abbiamo anche pianto, ieri e oggi, e abbiamo visto sui vostri volti, mentre dicevamo i nomi, anche ieri sera, delle lacrime. Non sono le passioni di chi piange, però, in questo momento, solo. Sono le passioni di chi si sente impotente, di chi si sente disgregato. In quest’epoca per molti di voi il futuro ha smesso di essere una speranza ed è diventato una minaccia. E allora cosa facciamo? Ecco l’interrogativo.

LA TRAGEDIA DEL MEDITERRANEO

Disegno di Irene Innocente

La risposta vi sorprenderà, ma per me la risposta è una sola. Che cosa facciamo? La risposta è ci fermiamo. Si, avete capito. La risposta è ci fermiamo. Si, dobbiamo fermarci. Dobbiamo avere il coraggio di fermare questa corsa folle. Dobbiamo fermarci per ascoltare, fermarci per comprendere insieme la paura la fragilità e il disorientamento e trasformarla, la paura, in risposte in progetti veri, in spazi, in opportunità, in nuove energie di legame, per non permettere che la speranza naufraghi. Perché la speranza sta morendo anche lì, nel Mediterraneo, in quel mare che da sempre è culla di civiltà e oggi è diventato un cimitero. Migliaia di persone ingoiate dalle onde nell’indifferenza dei governi, nell’indifferenza dell’Europa, nell’indifferenza di tanti di noi. Nelle ultime settimane, il Mediterraneo ha restituito alcuni cadaveri senza nome. E a fine gennaio, durante il ciclone Harry, si stima siano scomparse almeno un migliaio di persone al largo delle nostre coste. Una tragedia enorme, coperta da un silenzio assordante, assordante, assordante. Si fa fatica, si fa fatica a dire questo. Dentro le tempeste di questo tempo spaventoso, oggi più che mai, siamo chiamati a diventare anche noi pescatori di uomini. Ripescare una a una le coscienze delle persone a noi vicine che hanno ceduto alla disinformazione, alle retoriche della paura, all’odio facile. Dobbiamo riportarle a terra queste coscienze, farle sentire di nuovo sicure, metterle in contatto con la propria umanità profonda, perché non basta che noi ci teniamo a galla nella disumanità che dilaga: dobbiamo offrire un salvagente di pensiero critico e di speranza a chi rischia di affogare nel naufragio generale dell’etica, cioè della nostra coscienza umana e civile. E il mare ha tre grandi complici: il silenzio, l’indifferenza, l’inerzia. Noi oggi qui stiamo lottando contro questi tre complici, noi oggi qui stiamo dicendo che il silenzio va rotto su questi problemi, e altri che non posso dire. Che l’indifferenza va smascherata, che l’inerzia va scossa con la forza della presenza, della partecipazione, della passione civile, che voi qui oggi rappresentate. 

RIGENERARE I LEGAMI

E allora sì abbiamo letto dei nomi, uno per uno, non sono numeri, non sono statistiche, sono volti, sono storie, sono madri, padri, figli, fratelli, sorelle, nonni, bambini, sono persone a cui e stata strappata la vita perché hanno avuto il coraggio, perché hanno fatto il loro dovere, il loro dovere veramente fino in fondo. Noi diciamo loro, qui a Torino, da questa piazza, noi diciamo loro e diciamo a noi stessi, a tutte le vittime: “Non vi dimenticheremo, non permetteremo che la vostra morte sia stata inutile. Il vostro sangue fecondi la nostra lotta.” E allora, amici miei, rigeneriamo i nostri legami. E’ questo è il nostro compito, e questa è la nostra missione: rigenerare i legami, energie di legame, ricostruire relazioni autentiche, prenderci cura gli uni degli altri, perché la mafia, la corruzione, l’indifferenza vincono quando siamo soli, quando ciascuno pensa per sé, quando il noi si dissolve in una polvere di individui, si, quando il noi si dissolve in una polvere di individui spaventati. Noi invece crediamo in un Noi più grande, crediamo in una comunità che si sostiene, che si aiuta, che non lascia indietro nessuno, che collabora con le istituzioni se fanno le cose giuste, ma dobbiamo diventare una spina nel fianco se non fanno le cose che devono fare; una spina non solo di facile denuncia, perché è troppo facile, ma anche di progetto, di proposta, di metterci la nostra faccia. 

SAREMO SEMPRE SOVVERSIVI

Foto di Marco Donatiello

Non mi stanco di dire che ci sono dei momenti, sì, ci sono dei momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo morale e una responsabilità civile. Parlare, in certi momenti, diventa un imperativo etico.
Guardate che qui non generalizziamo: facciamo emergere sempre le cose belle, importanti e positive, che in tutti i contesti, in tutte le istituzioni, ci sono. Quanti nomi abbiamo letto: i magistrati uccisi perché facevano bene la loro professione, agenti di polizia, carabinieri, guardie di finanza, polizia penitenziaria, vigili del fuoco, avvocati onesti che facevano fino in fondo, cittadini, tutte le professioni, anche operai che non si sono voltati dall’altra parte, denunciando magari nei posti di lavoro che avevano scoperto che erano in mano a dei mafiosi, allora bisognava cancellare la loro vita. Allora è per questo, è per questo: saremo sempre un po’ sovversivi. Si, io lo ammetto senza pudore, forse è per questo che i potenti, da sempre, non si fidano di me Luigi Ciotti, ma non si fidano anche di molti di voi qui, perché, eh aspetta! Perché siamo ostinatamente fedeli a un sogno. Il sogno che la nostra Costituzione non resti scritta solo sulla carta, ma diventi carne, carne viva, pane quotidiano, pane quotidiano, dignità e rispetto per tutti, lavoro, casa, futuro, salute, istruzione, cultura, tutela del creato, la nostra casa comune, oh! Questo è il nostro sovversivismo pacifico. Questa è la nostra rivoluzione gentile, gentile. 

Foto di Libera Piemonte

E allora chiediamo qui, oggi, in questa piazza bellissima: 

“Abbiamo fame di verità?” Allora cerchiamola, la verità, anche quando scotta, anche quando ci scomoda, anche quando ci obbliga a cambiare idea, a cambiare vita. 

Abbiamo fame di giustizia? Allora pratichiamola, la giustizia, nelle piccole cose, nelle grandi, nei lavori, in famiglia, nelle relazioni. Non deleghiamo a nessuno la nostra voglia di giustizia sociale ed ambientale. 

Abbiamo fame di libertà? Allora liberiamo chi è schiavo. Liberiamo i ragazzi dalle dipendenze, dai lavori in nero, dalle paure. Liberiamo le donne dalla violenza e dal silenzio. Liberiamo i migranti dalla disperazione e dall’indifferenza. Liberiamo noi stessi dalle catene che ci costruiamo da sole. 

La speranza non è un lusso, la speranza è un dovere. Non si tratta di trionfare sul buio che avanza, questo forse non possiamo prometterlo, ma si tratta almeno di salvare dentro di noi quel che ci rende umani. 

Restare fedeli a un’idea di mondo dove l’uguaglianza, la libertà, la fraternità, la pace non siano lettera morta. Noi rispondiamo con la cura, rispondiamo con la relazione. Rispondiamo con l’amore per la giustizia, con la passione per la verità, con la tenerezza rivoluzionaria di chi si prende cura dell’altro. Perché la giustizia quella vera, quella di cui abbiamo fame, è come l’amore, è come l’amore, è come l’amore! La giustizia quella vera non si possiede. Abbiamo fame di giustizia e come l’amore non si possiede, si vive insieme, si vive insieme. E allora andiamo, con le mani pulite per costruire, con gli occhi limpidi per vedere chi ha bisogno, con il cuore puro per non smettere mai di sperare. 

Grazie ragazze e ragazzi, grazie donne e uomini di libertà. Che il 21 marzo non finisca qui. Che la nostra fame non si spenga con questo giorno. La fame di verità e di giustizia diventi il pane di ogni nostro giorno: Sempre. Insieme.

Liberi.


Fotografie di Letizia Battaglia © Archivio Letizia Battaglia

  • Manifesto di denuncia per l’omicidio di Giuseppe Impastato, giovane giornalista, militante comunista. Alcamo, 1978.
  • Il giudice Giovanni Falcone ai funerali del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia. Palermo, 1982.
  • La donna e i suoi bambini stanno sempre a letto. In casa non ci sono né luce né acqua. Palermo, 1978.

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