Mentre Torino si prepara alla manifestazione nazionale del 31 gennaio, il dibattito pubblico si sta arenando sulla superficie degli eventi: gli scontri di dicembre, i manifestanti violenti, l’occupazione di Palazzo Nuovo, l’azione delle forze dell’ordine. È un copione che ormai abbiamo sentito tutti più volte, utile solo a chi lo racconta e a chi governa; sono narrazioni che, per quanto legittime, fanno proprio il gioco di chi vuole relegare la questione a un mero problema di ordine pubblico, perdendo di vista (o trascurando) i segnali che stanno arrivando anche in modo abbastanza esplicito. Ignorarli, di solito, è il metodo più rapido per normalizzare ciò che non dovrebbe esserlo.
È giusto ricordare che non si sta discutendo di un singolo sgombero e quindi della difesa di uno spazio specifico: il caso di Askatasuna non è di certo un’eccezione, ma uno dei tanti precedenti che pian piano sta definendo cosa sia tollerabile come spazio pubblico e sociale e cosa invece vada fermato. Leggerlo come fatto a sè stante, significa ignorare deliberatamente il contesto nel quale questo sgombero è inserito e quale sia il tema che realmente solleva.
Quello a cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, fa emergere un modello sempre più esplicito di gestione del dissenso. Un modello che chiama sicurezza ciò che invece è controllo; che chiama prevenzione ciò che è repressione. Analizzare questo contesto significa andare oltre la semplice cronaca e chiedersi quale tipo di convivenza civile si stia costruendo se la risposta istituzionale al dissenso e al conflitto sociale, in base al contesto politico, si trasforma nella militarizzazione di interi quartieri.
Repressione come linguaggio politico
Il caso di Askatasuna fa proprio da cartina tornasole e ci permette di ricavare il clima politico nel quale siamo immersi.
Ridurre il tutto a una questione legata unicamente al centro sociale, significa ignorare deliberatamente la cornice strategica nel quale questo episodio è inserito. Quartieri blindati, strade chiuse, centinaia di agenti di diverso tipo (e provenienti da tutta Italia) schierati in assetto antisommossa prima ancora che la manifestazione avesse inizio, ministri che brindano alla vittoria nello stesso momento in cui viene svolta l’operazione di sgombero. Questo è quanto avvenuto a dicembre e mette in luce il ruolo che hanno avuto realmente le forze dell’ordine in tutto ciò, non certo quello di garantire la sicurezza, ma quello di impedire o smorzare preventivamente la manifestazione; persino La Stampa non ha potuto fare a meno di scrivere che la polizia abbia attaccato il corteo per prima. In un clima del genere, dove l’intimidazione è il primo linguaggio utilizzato e percepito già da prima dell’avvio del corteo (come sta avvenendo anche ora), la violenza non è una semplice possibilità, ma il prodotto prevedibile, e forse ricercato, di una situazione volutamente tesa. Parlare solo di “manifestanti violenti” significa raccontare una mezza verità, dimenticando che una folla se compressa, caricata, sottoposta a lanci di gas lacrimogeni senza vie di fuga è spinta a reagire.
La domanda che dovremmo porci è: questa escalation del conflitto è un errore nel calcolo strategico o un esito volutamente cercato e riprodotto per giustificare una narrativa già decisa?
Non solo Askatasuna: perchè scendere in piazza il 31
Il problema vero sorge quando questo approccio smette di essere percepito come un caso straordinario e diventa invece normalità, che ora è accettata perché colpisce soggetti e/o luoghi già stigmatizzati e colpiti dall’opinione pubblica:
Asilo occupato, Cavallerizza, Edera Squat, Lavatoio occupato, Barca occupata, Eugen Printz, Palestra Iris Versari.
Questi solo a Torino negli ultimi sei anni, per non menzionare il recente sgombero del Leoncavallo.
Askatasuna in questo contesto non rappresenta un caso particolare, seppur di maggior impatto mediatico: è solo l’ennesimo di una lista che dagli anni del Covid, continua ad allungarsi senza che venga mai riconosciuta la necessità fisiologica di questi spazi.
Il successo di questo approccio tattico, volto ad allontanare con l’ostracizzazione preventiva e la minaccia della violenza persone comuni dal dissenso, si misura nell’assuefazione indotta quando, per lo sgombero di un centro sociale, accettiamo la militarizzazione di un quartiere, la chiusura di scuole, asili limitrofi e addirittura sedi universitarie per garantire sicurezza.
Anche solo cercare una giustificazione a ciò, significa interiorizzare un restringimento della nostra sfera pubblica e sociale.
Cadere in questa trappola significa diventare quelli che, per stanchezza, cinismo, disillusione o una malintesa interpretazione della realtà, scambiano la resa per maturità politica facendo così il gioco del potente.
Il potere conta proprio su questo! Conta sul fatto che a forza di gesti repressivi, prima o poi smetteremo tutti di leggerli come tali.
La storia, però, ci ricorda qualcosa che tendiamo a dimenticare e che invece dovremmo ribadire con maggiore forza: libertà, diritti e spazi di autonomia non sono mai stati concessi gratuitamente, sono sempre stati l’esito di un conflitto, di un prezzo pagato da chi ha messo in discussione lo status quo.
Il potere non si è mai fatto mettere da parte senza prima reclamare un tributo di sangue, di sudore, di sofferenza.
Quando questo tributo non viene reclamato, non è perché il potere sia diventato più giusto, ma perché non sta affrontando una vera opposizione in grado di metterlo in crisi.
Chi sostiene che certe situazioni “si sarebbero potute evitare” o che “la verità sta nel mezzo” oltre a parire presuntuoso sta, consapevolmente o meno, facendo una scelta politica precisa, che accetta e legittima che la forza e la violenza vengano usate in modo preventivo e politico, purché colpiscano chi è percepito come una minaccia all’ordine costituito.
Per questo, il 31 gennaio, come sappiamo, non si scenderà in piazza “per Askatasuna”, si scenderà per porre una domanda scomoda: vogliamo un Paese in cui ogni conflitto è gestito come un problema di polizia, o vogliamo riconoscere il dissenso come una componente fisiologica della democrazia, da gestire con il confronto politico prima che con gli idranti e i manganelli?
Essere in piazza non garantisce nulla di per sé. Non rende migliori, né più puri o duri. Ma segna la linea di confine della nostra resistenza culturale, dice che la storia fatta di violenza normalizzata, paura e restrizione degli spazi di libertà non è la nostra storia e nemmeno una alla quale vogliamo abituarci.
Il vero successo di questo Governo, non è lo sgombero in sé, ma l’essere riuscito a spostare il dibattito così in là da rendere da rendere “nemico” chiunque osi contestare ancora prima che abbia aperto bocca.
E allora la questione non sarà solo cosa accadrà il 31, ma chi avrà il coraggio di rimanere il giorno dopo e quello dopo ancora per ricostruire un dibattito nel quale non si abbia paura del conflitto, ma della sua repressione.
Vinceremo quando le piazze smetteranno di aver paura di abbassare la testa.